Istinto di ribellione

Il destino è un cavallo che possiamo domare

Eccomi

Utente: resistente
Nome: Pino
L'umanità è destinata obbligatoriamente ad evolvere e a progredire. Per questo, di fronte allo stato di cose presente, di fronte all'oscurantismo e ai tentativi di riportare indietro l'orologio della Storia, non si può far altro che resistere con tutte le proprie forze, cercando di non precipitare nel baratro e cercando di dire qualcosa che servirà il giorno in cui l'evoluzione umana riprenderà il suo inesorabile corso.

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog
Search For Blogs, Submit Blogs, The Ultimate Blog Directory
Blogarama - The Blog Directory
Blogwise - blog directory

Blog-Show la vetrina italiana dei blog!

Feeds

  • Powered by Splinder

Feed XML offerto da BlogItalia.it

Contatore

visitato *loading* volte

venerdì, 29 aprile 2005
Importante invito 

Sabato 30 aprile ore 21 e martedì 3 maggio ore 12 a TeleAmbiente (canale 68) il G.A.MA.DI. e il Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia realizzano una trasmissione per il Convegno sul 60° della Resistenza dal titolo "PARTIGIANI!" che si terrà nei giorni 7e 8 maggio p.v. a Roma, alla Casa delle Culture in Trastevere a partire dalle ore 9. Questa trasmissione vuole anche evidenziare come la giornata internazionale del 1° MAGGIO sia stata una riconquista della Resistenza che ha riscattato questo anniversario dal totale oscuramento imposto dal fascismo. Pertecipa Giuseppe Catapano (cioè io) del Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia e Miriam Pellegrini Ferri, Presidente G.A.MA.DI.

Dell'iniziativa Partigiani! ne parlerò qui più dettagliatamente nei prossimi giorni. Vi ricordo che TeleAmbiente si riceve nel Lazio e in alcune zone dell'Italia Centrale e che la trasmissione verrà trasmessa anche da Teledonna, secondo una programmazione non comunicataci.

Vi aspetto!

Postato da: resistente a 23:36 | link | commenti |
italia, politica, storia, jugoslavia

mercoledì, 13 aprile 2005
La Resistenza di Milosevic all'Aia 

E' ormai da più di due anni che è in corso all'Aia in Olanda il processo-farsa contro l'ex Presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, all'interno del tribunale fantoccio creato e finanziato dalla NATO, tribunale che oltretutto è illegale, non essendo stato ratificato dall'Assemblea Generale dell'ONU ma dal solo Consiglio di Sicurezza che non ha l'autorità per istituire tribunali.

Da qualche mese è terminata la fase dell'accusa ed è il turno della difesa. Ricordiamo che il Presidente Milosevic non riconosce la legittimità del tribunale dell'Aia ed ha chiesto di difendersi da solo, rifiutando persino i legali d'ufficio che il tribunale gli aveva forzatamente appioppato contro i suoi diritti per tentare di mettergli il bavaglio.

Eh sì, proprio così, il tribunale le sta tentando tutte per sfiancare l'orgoglioso Milosevic che, pur se in precarie condizioni di salute, ribatte colpo su colpo alle cosiddette accuse del tribunale. E' chiaro che le fandonie che ci hanno raccontato per un decennio sono buone per i TG e per i giornali del pensiero unico, ma quando si tratta di formulare delle accuse giudiziarie, anche se all'interno di un tribunale fantoccio in un processo-farsa, le cose diventano più complicate. Volevo portare a conoscenza un episodio del dibattimento successo nei giorni scorsi che ben fa capire quali difficoltà sta incontrando l'accusa e l'abilità di Milosevic e dei suoi testimoni nello smontare il processo pezzo a pezzo.

Una delle bugie più colossali che ci hanno raccontato è costituita dal cosiddetto "massacro di Racak". Annunciato alla stampa il 15 gennaio 1999 dal navigato diplomatico americano William Walker (all'epoca capo della missione OSCE), tale episodio costituì il "la" per giustificare l'aggressione alla Jugoslavia di due mesi più tardi. In pratica, nel piccolo villaggio kosovaro di Racak furono rinvenuti 40 cadaveri di etnia albanese, in fila in un unico luogo: si parlò di massacro, di persone civili giustiziate solo perché albanesi, di pulizia etnica, di barbarie, eccetera. La solita musichetta a cui siamo stati tristemente abituati nel decennio scorso.

Ora, già analisti indipendenti, tra cui Juergen Elsaesser nel suo "Menzogne di guerra", hanno sollevato molti dubbi sull'episodio, asserendo che in realtà si è trattato di una montatura. Ci sono molte prove infatti che porterebbero a pensare che i 40 morti potessero essere in realtà guerriglieri dell'UCK morti in combattimenti contro l'esercito jugoslavo nei dintorni e radunati dai loro stessi commilitoni nel villaggio disabitato di Racak per simulare un massacro di civili, con la regia dell'abile William Walker. Ma venerdì scorso (e anche oggi) al processo queste prove sono state portate al vaglio della corte da un testimone della difesa, un esperto forense, il Prof. Slavisa Dobricanin, ex Direttore dell'Istituto di Medicina legale di Pristina e uno degli esperti incaricati all'epoca di svolgere le autopsie sui 40 cadaveri, insieme ad altri esperti di altre nazionalità, tra cui la famigerata patologa finlandese Helena Ranta, non a caso testimone dell'accusa.

Secondo il Prof. Dobricanin tutti i 40 cadaveri trovati a Racak sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco e nessuno è stato accoltellato o sgozzato, come qualche albanese ha testimoniato successivamente.

Contrariamente all'asserzione dell'accusa sul fatto che gli albanesi furono picchiati prima di essere "giustiziati", l'esperto ha affermato che le uniche ferite oltre i colpi di arma da fuoco sono quelle causate dagli animali che si sono accaniti sui corpi senza vita. Inoltre i proiettili provenivano da diverse direzioni ed angolazioni e solo in un caso un uomo è stato colpito da breve distanza.

I test del "guanto di paraffina" hanno evidenziato che 37 dei 40 morti avevano sparato prima di essere uccisi, ma l'accusa ha insistito sul fatto che il test non è attendibile. L'esperto ha ribadito che il test è ancor oggi utilizzato in molti paesi dalle polizie criminali, USA compresi.

In più il professore ha detto che i cadaveri vestivano con molti strati di abiti ed erano equipaggiati in modo da soggiornare a lungo all'esterno ed è strano che civili strappati dalle loro case vestissero in quel modo.
Altre indicazioni smentiscono il fatto che le vittime fossero civili innocenti e accreditano invece l'ipotesi che si trattasse di combattenti armati morti in battaglia. Per esempio dei documenti video mostrati in precedenza hanno dimostrato la presenza di trincee e bunker dell'UCK nelle immediate vicinanze del villaggio di Racak e i fori d'ingresso delle pallottole trovate nei morti fanno pensare a persone che si proteggevano all'interno di una trincea. Infatti solo le parti superiori dei corpi sono state colpite.

Nel febbraio del '99 Bill Clinton in televisione disse al mondo: "Noi dovremmo ricordare quello che è accaduto di nuovo nel villaggio di Racak a gennaio - uomini innocenti, donne, e bambini presi dalle loro case, costretti ad inginocchiarsi nell'immondizia, crivellati di colpi - non a causa di qualsiasi cosa loro avessero fatto, ma a causa di ciò che erano (cioè albanesi n.d.r.)".

Le menzogne di Clinton e della NATO, la più importante delle quali fu Racak, servirono a scatenare 78 giorni di selvaggi bombardamenti contro un paese sovrano, sotto la copertura dell'intervento umanitario.

Postato da: resistente a 00:07 | link | commenti (2) |
politica, storia, guerra, dementocrazia, jugoslavia

giovedì, 24 marzo 2005
24 marzo 1999, per non dimenticare 

Il 24 marzo 1999, nel cuore dell'Europa, i cacciabombardieri della NATO volavano sopra i cieli della Jugoslavia sganciando il loro carico di morte, dando inizio ad una guerra di aggressione durata 78 giorni. La disinformazione strategica giunse ad un livello di menzogna mai toccato fino ad allora nella Storia dell'umanità: si parlò di guerra umanitaria, di bombardamenti chirurgici, di armi intelligenti ed altri vergognosi ossimori. Si parlò di pulizia etnica, di diritto all'autodeterminazione, di genocidio, di centinaia di migliaia di morti, si rispolverarono i termini del terrore nazista quali campi di concentramento, soluzione finale, Auschwitz, dittatore sanguinario e via dicendo.

Tutto si è poi rivelato falso. Nessuna fossa comune è stata trovata, nessun campo di concentramento, nessun genocidio, nessuna pulizia etnica. In compenso è stato distrutto un paese prospero, bombardati ospedali, ponti, scuole e persino convogli di profughi e treni. A Pancevo è stato bombardato deliberatamente il petrolchimico scatenando una vera e propria guerra chimica, con la liberazione in un raggio di centinaia di chilometri, nell'aria, nella terra e nelle acque di decine di tonnellate di sostanze tossiche, tra le quali il famigerato CVM (Cloruro di Vinile Monomero). I 200000 morti albanesi di cui parlava l'allora Presidente del Consiglio italiano Massimo D'Alema in un'audizione al Parlamento nel giugno '99, si sono trasformati in meno di 2000 morti di tutte le etnie, morti per lo più per i bombardamenti NATO. I "combattenti per la libertà" dell'UCK, l'esercito di liberazione del Kosovo, si sono rivelati per quello che sono, un'organizzazione terroristica di musulmani integralisti legati alla rete di Osama Bin Laden.

Il Kosovo oggi è un protettorato NATO e ONU irrimediabilmente contaminato dall'uranio (insieme al resto della Jugoslavia), uno dei principali crocevia del traffico di stupefacenti e di esseri umani, il principale scalo della prostituzione proveniente dall'Asia e dall'Europa dell'Est e diretta in Occidente. Tutto questo avviene sotto gli occhi complici di NATO e ONU e il fiorente mercato è gestito dall'UCK, disciolto solo in apparenza, con a capo gente come Agim Ceku e Hashim Thaci, criminali di guerra molto ben visti nei salotti buoni occidentali e quindi intoccabili.

La vera pulizia etnica è oggi sotto gli occhi di tutti: in questi 6 anni tutte le etnie non albanesi e gli stessi albanesi non secessionisti sono stati espulsi dal Kosovo. Proprio in questi giorni ricorre un altro anniversario, quello del pogrom antiserbo dello scorso anno costato 81 morti. Il patrimonio artistico del Kosovo viene quotidianamente distrutto, patrimonio di inestimabile valore risalente al medioevo, patrimonio di tutta l'umanità secondo l'UNESCO.

Oltre agli USA, gravi responsabilità di questa infamia ricadono sull'Europa e sulla sinistra europea, che allora governava in 11 paesi su 15. Ma una menzione speciale va fatta per la sinistra italiana. Gli aerei che bombardavano Belgrado, ricalcando le orme dei bombardieri nazisti, partivano quotidianamente da Aviano e dalle basi italiane, con il nostro territorio divenuto una portaerei della NATO. Ciò è avvenuto senza nessuna legittimità internazionale (neanche la foglia di fico dell'ONU) e in spregio dell'articolo 11 della Costituzione, mentendo spudoratamente all'opinione pubblica adducendo una finta ragione etica. Addirittura per adempiere agli obblighi bellici, un governo "ad hoc" venne creato in Italia, come Kossiga, principale artefice dell'imbroglio, ha rivelato successivamente in varie interviste e libri. Questa macchia rimarrà per sempre indelebile nella Storia dell'Italia.

Postato da: resistente a 23:11 | link | commenti |
storia, guerra, jugoslavia

martedì, 01 marzo 2005
Bosnia 

Sono passati ormai 13 anni dall'inizio della madre di tutte le guerre fratricide in quella che una volta era l'amata Jugoslavia, il conflitto in Bosnia. Provo a ripercorrere alcune tappe di quelle che secondo me sono state le cause di quella tragedia.

Nel 1990 le spinte secessioniste di sloveni e croati (foraggiati e aizzati dall'Occidente, soprattutto USA, Germania e Vaticano) avevano causato lo scioglimento della Lega dei Comunisti di Jugoslavia (LCJ). In seguito a tale evento gli ex-comunisti fondarono partiti socialisti in tutte le repubbliche federate e contemporaneamente una miriade di partiti di destra nazionalisti e secessionisti si diffusero in tutta la Jugoslavia. A breve si tennero elezioni multipartitiche in tutte le repubbliche federate. In Bosnia la situazione riflesse fedelmente la composizione etnica del paese: poco più del 40% dei voti andarono al SDA di Alija Izetbegovic, il 31% al SDS di Radovan Karazdic e il 17% ai croati dell'HDZ. Infatti l'ultimo censimento federale del 1991 aveva visto in Bosnia la seguente composizione etnica: 43,7% musulmani, 31,3% serbi, 17,7% croati, 7,7% jugoslavi, gente cioè che non si riconosceva in nessuna delle etnie.

La Bosnia era sicuramente la repubblica dove l'ideale jugoslavo era maggiormente radicato, un matrimonio su tre era misto, forse perché non era mai esistita come Stato a se e perché nessuna etnia costituiva la maggioranza assoluta. Tuttavia l'intenzione dell'Occidente era quella di staccare la Bosnia dalla Jugoslavia e per questo esso si appoggiò ai settori islamisti della società bosniaca che sognavano il proprio staterello, quali erano appunto quelli rappresentati da Izetbegovic. In cambio l'Occidente si impegnava a sostenere l'indipendenza della Bosnia e la creazione di uno Stato che ricevesse accoglienza nelle istituzioni euro-atlantiche.

La popolazione serba, un terzo della popolazione di tutta la Bosnia-Erzegovina, voleva però maggioritariamente rimanere all'interno della Jugoslavia. Tanto più che la forza politica più forte, con a capo Izetbegovic, voleva sostituire al fino ad allora Stato laico uno religioso che avrebbe isolato le popolazioni di altre religioni. Fino ad allora i Musulmani non avevano da lamentare alcun limite politico, culturale o religioso in Jugoslavia. Infatti la professione religiosa era, ovviamente, una faccenda privata e non subiva alcuna intromissione statale, così come le altre religioni. Ad esempio a Saraievo c'era l'unica università musulmana in Europa. Eppure i circoli intorno a Izetbegovic speravano, dopo l'indipendenza, con il sostegno della maggioranza della popolazione musulmana, di riuscire ad imporre i propri obiettivi sociali. Essi rappresentano gli interessi dell'ex classe osmanica (la cui ideologia si rifaceva cioè all'Impero Ottomano) dei grandi proprietari terrieri che, tra l'altro, chiedeva la revisione della riforma agraria antifeudale del 1919.

Era chiaro che un'eventuale dichiarazione d'indipendenza avrebbe portato ad uno scontro assai maggiore di quello che già c'era stato in Slovenia e Croazia, moltissimi analisti lo avevano previsto. Nonostante ciò l'Unione Europea e gli USA misero fretta ai separatisti musulmani e tutte le voci critiche o di rifiuto o anche semplicemente di avvertimento vennero ignorate. Questa è stata la spinta decisiva verso la guerra fratricida.

Viene così indetto per il 29 febbraio 1992 un referendum che violava la Costituzione jugoslava ancora in vigore. Tale referendum viene boicottato dal 38% della popolazione, in pratica tutti i serbi e gli jugoslavi, gli altri voteranno a favore della secessione. Fu una pura illusione pensare che un referendum potesse risolvere una situazione del genere, ma questo ovviamente non interessava a chi quel referendum lo aveva sponsorizzato.

La creazione di uno Stato indipendente nei confini della ex-repubblica federata di Bosnia ed Erzegovina è il colpo più grave inferto ai valori della "Fratellanza ed Unità" ed alla struttura pluri-nazionale della Jugoslavia dall'inizio della crisi. Ogni discorso su "Sarajevo multietnica" diventa a quel punto demagogico: era la Jugoslavia stessa ad essere multietnica. I serbi e chi si proclama jugoslavo si rifiutano di diventare minoranza discriminata in uno Stato retto da settori islamisti legati ad alcuni paesi arabi, all'Iran ed alla Turchia. Pesa come un macigno la memoria dei crimini commessi durante la II Guerra mondiale dalle divisioni inquadrate nelle SS (le famigerate Handzar il cui nome viene utilizzato per battezzare una divisione dell'esercito musulmano nella guerra fratricida), collaborazioniste degli ustascia croati, contro antifascisti ed ortodossi.

I serbi scelgono dunque a loro volta l'"autodeterminazione" nei confini della "Republika Srpska" [RS], corrispondente al territorio abitato prevalentemente da contadini di religione ortodossa. Le più importanti città, i collegamenti ed i centri produttivi della Bosnia-Erzegovina, a parte Banja Luka, restano invece nelle mani dei musulmani e dei cattolici (Sarajevo, Zenica, Mostar, Neum). Va detto che proprio a causa della composizione sociale del paese, i serbi occupavano le ben più estese aree rurali, mentre i musulmani e i croati erano più "cittadini". Per questo motivo la RS si estendeva per i due terzi della Bosnia, mentre dopo gli accordi di Dayton essa occupa solo il 49% del paese.

Anche i quartieri di Sarajevo a maggioranza serba si aggregano alla RS: la città risulta divisa, il cuore della Bosnia e della Jugoslavia multinazionale è lacerato. Mentre la leadership musulmana fa base nel centro storico di Sarajevo, capitale della RS è Pale, ex sobborgo residenziale a poca distanza. Con lo scoppio del conflitto, tra i serbi di Bosnia prevale la posizione nazionalista del Partito Democratico di Radovan Karadzic e Biljana Plavsic, che rivendicano una continuità con la monarchia serba di prima della II Guerra mondiale e con le milizie serbiste dei cetnici; le posizioni scioviniste della leadership di Pale contribuiscono ad aumentare la frattura tra le varie nazionalità ed a cancellare la memoria della Jugoslavia unitaria e socialista e della guerra partigiana. I serbi di Bosnia giocheranno il ruolo di "macellai pazzi" nella truffa massmediatica scatenata in tutto il mondo occidentale e nei paesi islamici, mentre la leadership islamista parlerà di "assedio" da parte dei serbi, indicati come "invasori" ed "aggressori" di una Bosnia-Erzegovina mai esistita storicamente come Stato a se. Intellettuali e politici di mezzo mondo si impegneranno per mesi ed anni a creare e vezzeggiare una "identità nazionale bosniaca" inesistente, contribuendo di fatto alla propaganda bellica contro una delle parti in causa.

Il resto è Storia, o almeno lo è nella maniera in cui ci viene raccontata, o meglio propinata.

Postato da: resistente a 23:54 | link | commenti |
storia, guerra, jugoslavia

lunedì, 14 febbraio 2005
Voce Jugoslava 

Il programma radiofonico "Voce Jugoslava", che curo insieme al mio amico Ivan, in onda come di consueto il martedì dalle 14 alle 14.30, è stato spostato a mercoledì alla stessa ora. Vi ricordo che il programma è ascoltabile su Radio Città Aperta sugli 88.9 FM a Roma e nel Lazio oppure in streaming su http://www.radiocittaperta.it/ .

Postato da: resistente a 16:58 | link | commenti |
politica, jugoslavia



Citazioni

"Per me la Jugoslavia era l'Europa. Io ci andavo, anche a piedi, non solo in autobus o in macchina o in aeroplano. La Jugoslavia, per quanto frammentata sia potuta essere, era il modello per l'Europa del futuro. Non l'Europa come è adesso, la nostra Europa in un certo senso artificiale, con le sue zone di libero scambio, ma un posto in cui nazionalità diverse vivono mischiate l'una con l'altra, specialmente come facevano i giovani in Jugoslavia, anche dopo la morte di Tito. Ecco, penso che quella sia l'Europa, per come io la vorrei. Perciò, in me l'immagine dell'Europa è stata distrutta con la distruzione della Jugoslavia."
Peter Handke

"Tutto si perdeva nella nebbia. Il passato era cancellato, la cancellatura dimenticata, la menzogna così diventava verità."
George Orwell - 1984

"Il terrorismo lo hanno inventato i nostri vicini."
Fidel Castro

"Questa notte, milioni di bambini dormiranno per le strade del mondo. Nessuno di loro è cubano."
Uscita dell'aeroporto José Martì, L'Havana

Ultimi Commenti

utente anonimo in Hej Slaveni

Archivio

oggi
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004

Aggregator

Blog Aggregator 3.1